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pubblicato da Administrator il 2013-02-20 08:37:00
Qualche giorno fa ho letto su corriere.it un interessante articolo su una nuova forma lavorativa, l’homeworking e sulla community online nata intorno ad  essa. L’articolo raccontava, infatti, di come alcune “homewoker” si siano riunite attorno al sito www.ufficioincasa.it, un vero e proprio social network, nato per scambiarsi idee e consigli, evitando così di isolarsi lavorando in casa. Ma quello che più mi aveva colpito era proprio l’esperienza di un piccolo gruppo di donne che rinunciano al loro lavoro per mettersi in proprio e scoprire i vantaggi di potersi organizzare la giornata e ritmi lavorativi, abbattendo costi di trasporto e conciliando vita professionale, personale e sociale.
E ancora, una volta iniziata la nostra avventura con SpazioD, mi è capitato di sentir parlare di quella che fino a poco tempo fa sembrava essere una pioneristica forma di lavoro e che oggi si sta, invece, diffondendo sempre di più nelle grandi città, il coworking, vale a dire, come spiega Wikipedia,“uno stile lavorativo che coinvolge la condivisione di un ambiente di lavoro, spesso un ufficio, mantenendo un'attività indipendente.”
Così ho iniziato a riflettere più in generale sull’impegno di SpazioD sul fronte dei servizi salvatempo, sulle nuove forme lavorative di cui sopra, sulle sempre maggiori difficoltà che noi donne siamo costrette ad affrontare nella worklife/homelife balance e infine sull’ancor più triste panorama che sembra palesarsi davanti a noi in tempi di crisi economica profonda, in cui ad essere tagliati per primi sono i fondi destinati al welfare.
Mi sono ritrovata a chiedermi per quale oscura e incomprensibile ragione, davanti agli indubbi vantaggi offerti da queste nuove forme lavorative, vantaggi non solo in termini economici, ma anche di tempo e di sostenibilità ambientale, nel nostro Paese ci siano ancora molte, troppe resistenze culturali rispetto a queste belle novità nell’organizzazione del lavoro, per ora appannaggio unicamente di free lance e consulenti che lavorano in proprio o dei sempre illuminati Paesi del Nord Europa, da sempre all’avanguardia su questo fronte. Il mondo aziendale in Italia, invece, è ancora molto restio a fare ai propri dipendenti queste “concessioni”, come se la compresenza fisica fosse  l’unica garanzia del corretto svolgimento dei propri compiti.  Mi auguro che la profonda crisi che stiamo attraversando sia anche un’occasione per ripensare alla nostra organizzazione del lavoro e sperimentarne una nuova, più sostenibile e auspicabile.
 
Marianna Lentini
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